Mostre / Rispetto per la natura, armonia e bellezza diventano arte nelle immagini di Simone Sbaraglia
Mercoledì 02 Febbraio 2011 18:42
E' nel 2005 che Simone Sbaraglia decide di intraprendere una nuova carriera per seguire una passione coltivata sin dall'infanzia. Dopo aver lavorato al CNR, e in seguito ottenuto un dottorato in matematica alla Sapienza di Roma si trasferisce negli Stati Uniti per lavorare presso il centro di ricerca della IBM T.J. Watson di New York come Research Staff Member in matematica dove condurrà numerosi progetti di ricerca internazionale. E' qui che decide di diventare un fotografo professionista. I meravigliosi parchi, i colori spettacolari del deserto e gli straordinari scenari della Valle della Morte in quella splendida fetta di pianeta hanno fatto da catalizzatore facendo emergere prepotentemente una passione non più relegabile ad attività secondaria. E dal 10 febbraio sarà possibile ammirare a Cagliari la sua mostra fotografica "Tancho: Leggende Giapponesi". L’esposizione sarà allestita nella Gallery Fotografi Associati (via Arno, 31a).
Simone Sbaraglia si definisce ora un fotografo naturalista che per hobbie fa l'insegnante di matematica. Attualmente è professore associato di Matematica all'Università di Cagliari e professore aggiunto alla Luiss di Roma. Nonostante i numerosi impegni, divulga con entusiasmo i principi e le tecniche della fotografia naturalistica in corsi base e avanzati, di elaborazione digitale e fotoritocco a Cagliari, Oristano e Roma.
Ma ogni anno viaggia irrinunciabilmente per il mondo per realizzare i suoi reportage fotografici, per ritrarre ed interpretare la natura catturandone l'armonia, la bellezza e gli equilibri. Con le sue foto non desidera documentare scientificamente ma comunicare il suo punto di vista e ciò che colpisce la sua curiosità. E' per questo che le sue immagini diventano arte, trasmettendo impressioni e sensazioni. Il suo obiettivo punta l'attenzione su di un particolare, su un aspetto o su un insieme, giocando con i colori, le curve e le luci proprio come fa un poeta che utilizza le parole per le sue composizioni; ogni sua immagine è un inno alla natura che arricchisce e strega l'osservatore anche quello meno attento.
Molte delle sue foto sono state pubblicate in riviste prestigiose come Oasis, e in libri come Travel Photographer of the Year, ed esposte in diverse mostre e gallerie in tutto il mondo. Anche i riconoscimenti pubblici e i premi sono tanti: ad esempio European Photographer of the Year, Glanzlichter, Nature's Best Photography e il primo e il terzo premio nel concorso internazionale di fotografia PX3 a Parigi: difficile elencarli tutti, sono veramente tanti.
Dal 10 febbraio sarà quindi a Cagliari e si potrà ammirare il suo lavoro altamente artistico che attraverso la fotografia rappresenterà l'armonia e l'eleganza delle gru giapponesi o Tancho, note per gli affascinanti ed eleganti rituali, fatti di canti, balli, inchini e doni, per rinnovare ad ogni stagione il legame con il partner, animali tra i più belli e rari al mondo, ambasciatori purtroppo degli uccelli in via di estinzione.
L'estinzione degli animali e la salvaguardia del pianeta è un tema molto caro a Simone Sbaraglia che sottolinea anche nel suo ultimo bellissimo libro fotografico “Immagini dal pianeta terra”. Attraverso i deserti del sudovest americano, le immense pianure africane, le distese di ghiaccio dell'Alaska, le paludi della Florida e del Giappone, la giungla del Borneo e dell'India, i deserti di Namibia e Sud Africa, mostra la bellezza incontaminata degli ultimi luoghi selvaggi e lancia un preoccupato messaggio perché il pianeta sia difeso e protetto perché il rischio è vedere sparire per sempre questi luoghi meravigliosi insieme a tante specie di animali.
Ed è proprio di questo che parla nel suo articolo pubblicato sull'ultimo numero di Oasis, dove racconta la storia del Parco Nazionale Everglades negli Stati Uniti, importantissimo ecosistema che rischia di scomparire: una immensa distesa di acque piatte estese a perdita d'occhio che ospita, in un ecosistema unico al mondo, circa 350 specie di animali prevalentemente uccelli acquatici , ma anche alligatori, coccodrilli, mammiferi e rettili, definita un capolavoro della natura che rischia di soccombere a causa del progresso incalzante che necessità di campi da golf, dighe e infrastrutture.
Simone Sbaraglia è sicuramente una persona straordinaria, ricca di passione e di entusiasmo come poche, impegnatissima ma molto disponibile e ha accettato di parlare di sè e della sua passione per la fotografia.
- Come nasce la passione per la fotografia naturalistica e come diventa una professione, nonostante un'altra prestigiosa carriera professionale come ricercatore e docente universitario?
La prima metà della mia vita è stata quasi interamente dedicata alla carriera di ricerca, anche se la passione per la fotografia ha sempre fatto da sfondo. Ma era davvero solo un hobby, praticato soprattutto in occasione delle vacanze e viaggi. Poi nel 2001 mi sono trasferito negli USA per lavorare in un prestigioso centro ricerca dell'IBM a New York e, viaggiando negli USA per lavoro, ho scoperto una natura straordinaria e la possibilità di raccontarla ed interpretarla con la fotografia. Scoprire la fotografia naturalistica e stato come se fosse esplosa una bomba dentro di me… senza quasi rendermene conto nel giro di un paio d'anni mi sono ritrovato a dedicare molto più tempo alla fotografia che al mio lavoro vero e proprio. A quel punto non potevo più relegare la fotografia al ruolo di hobby. Oggi insegno ancora all'università e dedico una parte del mio tempo alla ricerca ma la fotografia occupa gran parte del mio tempo.
- Sfogliando il suo ultimo libro che illustra e testimonia la bellezza della natura attraverso splendide immagini, colgo una meravigliosa interpretazione del mondo, dei suoi equilibri e delle sue creature, parlo delle pose e delle espressioni degli animali fotografati, delle gru giapponesi che sembrano danzare. Come è possibile riuscirci?
Non saprei veramente, non è sempre un processo razionale. Io cerco di cogliere l'emozione che genera in me uno spettacolo naturale, l'equilibrio e l'armonia che nasconde e di rappresentare questa emozione. Non mi interessa una rappresentazione accurata del mondo. Piuttosto che rappresentare il soggetto cerco di descrivere l'emozione che il soggetto fa nascere in me. Questo significa passare molto tempo a cercare di capire il modo giusto, l'angolo adatto, a guadagnare la fiducia degli animali perché sia possibile lavorare con loro. Raramente le mie foto nascono in un attimo, di solito richiedono
molto lavoro ed è una sorta di percorso ad ostacoli. Solo scoprendo tutti i modi in cui "non" voglio ritrarre il soggetto posso arrivare al modo "giusto" in cui voglio ritrarlo...
- E' molto complicato riuscire a instaurare un rapporto, una sintonia, un feeling con un animale che si cerca di fotografare? E di solito quanto tempo si impiega per riuscire a ottenere lo scatto che si cerca?
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Più che complicato direi che è un processo che richiede molta umiltà e molta pazienza. È necessario rispettare i tempi ed i modi del soggetto. È lui a dettare le regole. Questo processo per me è l'essenza stessa della fotografia. Non sono interessato a ritrarre animali che non siano consapevoli della mia presenza, non userei mai alcuna forma di mimetismo. Al contrario, è fondamentale per me che l'animale sia consapevole della mia presenza, che si fidi di me e decida di "collaborare" alla fotografia. Per quanto possa sembrare strano lo stesso identico percorso si instaura per una foto di paesaggio. Non c'è differenza sostanziale tra il fotografare un animale o un paesaggio. Anche il paesaggio è vivo e bisogna conquistarne la fiducia per poterlo ritrarre. Ovviamente questo richiede tempo. Mi è capitato di passare anche due o tre settimane nello stesso posto e con gli stessi animali, e torno spesso negli stessi luoghi. I miei viaggi si concentrano sempre su aree geografiche molto ristrette. Preferisco stare in un posto solo ed avere il tempo di lavorare bene con quello che c'è a disposizione piuttosto che girare alla ricerca di occasioni che poi non avrei il tempo di sfruttare.
- Quali sono le difficoltà che si incontrano più spesso quando ci si reca in un luogo sconosciuto e si deve entrare in contatto con l'ambiente e si va alla ricerca delle particolarità, delle ambientazioni da scegliere per i propri scatti?
Le difficoltà principali sono pratiche. Gli ambienti in cui fotografo sono spesso ostili all'uomo. I deserti degli Usa e dell'Africa, la giungla del Borneo o del Centro-America, le distese di ghiaccio in Alaska o Giappone implicano condizioni atmosferiche difficili, temperature estreme, umidità, insetti, fatica. Sono tutti elementi che mettono a dura prova fisicamente e distraggono e, se non sono tenuti sotto controllo, impediscono di entrare in sintonia con la natura per poterla rappresentare adeguatamente. Io viaggio normalmente da solo e in modo da essere completamente autosufficiente. Dormo in tenda, cucino al fornelletto da campo i pasti liofilizzati che ho portato da casa, non utilizzo guide locali a meno che non sia assolutamente indispensabile. Preferisco non avere distrazioni, essere immerso nella natura e avere il maggior tempo possibile a disposizione per la fotografia.
Ovviamente è necessaria una certa preparazione e una buona dose di adattabilità.
- A stare tra leoni, coccodrilli, e altri animali considerati comunemente pericolosi non c'è da preoccuparsi? C'è qualche aneddoto che vuole raccontarci, magari dove la paura ha preso il sopravvento?
Io non sono una persona particolarmente coraggiosa, tutt'altro. Ma gli animali raramente mi fanno paura. Sono pochi gli animali realmente pericolosi, la maggior parte degli animali diventa aggressiva solo se spaventata e l'attacco è quasi sempre l'ultima opzione. Naturalmente bisogna conoscere gli animali che si fotografano, saperne interpretare i segnali di nervosismo, rispettarne gli spazi. Insomma, rispettarli e riuscire a conquistarne la fiducia. Quando un animale è tranquillo è lui ad avvicinarsi… quasi tutti gli animali sono curiosi. Essere molto molto vicino è fondamentale per il mio tipo di fotografia, ma preferisco sempre aspettare che sia l'animale ad avvicinarsi quando si sente tranquillo. Con la dovuta pazienza sono riuscito a fotografare orsi grizzly a 2-3 metri di distanza, ghepardi, coccodrilli, leoni, elefanti e tigri a pochi centimetri. È questione di pazienza e rispetto. Naturalmente a volte ci sono dei contrattempi e può accadere di commettere degli errori. Mi è capitato che la jeep prendesse fuoco in Africa e sono dovuto saltare in mezzo ad un gruppo di ghepardi che stavo fotografando per non finire arrosto. È capitato che un alligatore mi attaccasse e sono stato caricato da elefanti e bufali. Ma è stato sempre in seguito a miei errori e non sono state mai davvero situazioni di pericolo. La maggior parte delle manifestazioni di aggressività non si concludono con il contatto fisico. Sono piuttosto il modo dell'animale di dire "ora stai esagerando".
- Immagino che i viaggi che l'hanno condotta in giro per tutto il pianeta abbiano lasciato una traccia indelebile, tanto arricchimento ed esperienza, ma mi piacerebbe sapere se c'è un luogo o una situazione che è rimasta più viva nel suo cuore o che ha lasciato un forte segno.
So che può sembrare una frase fatta, ma tengo nel cuore il ricordo di ogni posto in cui sono stato. Di ogni animale che ho fotografato. Delle persone che ho incontrato, della luce che ho visto, della polvere, della neve. Ogni viaggio, anche il meno riuscito da un punto di vista fotografico, mi ha cambiato profondamente e non è facile fare una classifica. Sono molto legato all'Alaska che considero l'ultimo luogo autenticamente selvaggio, in cui è possibile confrontarsi con la natura senza mediazioni. Senza l'automobile sempre al seguito, senza la civiltà a fare da contorno. Fotografare gli orsi a piedi, nel loro ambiente, senza alcuna protezione è una esperienza metafisica. Amo moltissimo anche l'Africa e l'oriente. Il Giappone con le sue gru che più di ogni altra cosa simbolizzano per me l'armonia e la poesia della natura.
- Tanto amore per l'ambiente ribadito anche nel suo libro che illustra gli ultimi luoghi selvaggi della terra e testimonia la necessità di salvaguardare il nostro pianeta: è così?
Assolutamente si. Non c'è nulla di più importante per me, oggi, che cercare di contribuire nel mio piccolo a salvare quel che è rimasto del pianeta. Quasi tutti gli animali ed ecosistemi che ho fotografato sono sull'orlo dell'abisso. Il Parco Nazionale Everglades in Florida ha visto le sue specie diminuire del 93% negli ultimi 50 anni. Le gru giapponesi sono tra gli uccelli a maggior rischio di estinzione, le tigri, gli oranghi, gli orsi sono tutti animali in bilico, che sopravvivono in pochissime aree protette. Quello che molti non comprendono oggi è che dalla sopravvivenza di questi animali e degli ecosistemi in cui vivono dipende la nostra stessa sopravvivenza. La nostra vita, la vita dei nostri figli.
È necessario rivedere drasticamente, e definitivamente, il modello di sviluppo della società occidentale ed accettare il fatto che non è più possibile sfruttare il pianeta come se fosse a nostra disposizione. Non sono così presuntuoso da pensare che le mie foto possano davvero cambiare qualcosa, ma credo anche che perché possa cambiare il mondo devono cambiare le persone. Una alla volta. Qualche volta nelle mie proiezioni,quando mostro le mie foto e racconto le mie esperienze, vedo balenare negli occhi del mio interlocutore una luce di meraviglia e rispetto per la natura e la sua armonia. Una luce nuova, che prima non c'era. Questo mi basta.
Rita Rosalba Atzei
