“Giornata della memoria” / Una pagina di storia delle persecuzioni scritta in Sardegna: a Perdasdefogu campo di concentramento di zingari
Giovedì 27 Gennaio 2011 16:14
La giornata della memoria è stata istituita per non dimenticare una delle pagine più orribili della storia dell’umanità: l’olocausto degli ebrei per mano della brutalità criminale dei nazisti e dei fascisti deve essere ricordato alle nuove generazioni (e reso sempre attuale) affinché il fatto storico non perda di nitidezza e finisca per essere oscurato o, peggio ancora, messo in dubbio e negato. Non dimenticare significa anche riportare alla luce vicende, episodi, situazioni che hanno coinvolto, fra il 1940 e il 1945, non soltanto gli ebrei, ma anche omosessuali, disabili e zingari vittime di persecuzioni, violenze, stermini. E una delle pagine più drammatiche di queste persecuzioni è stata scritta in Sardegna dove, a Perdasdefogu, fu organizzato un campo in cui i rom furono concentrati e costretti a vivere di stenti senza sostentamento e lavoro. Questa pagina di storia da non dimenticare è stata riproposta oggi, 27 gennaio, “Giornata della memoria”, da Irene Rui (responsabile del dipartimento politiche etniche e migratorie, del Prc, Federazione della Sinistra, di Vicenza) che ha pubblicato un interessante articolo sulle pagine culturali di “Liberazione” (il quotidiano di Rifondazione) in cui ripercorre la persecuzione subita dalle popolazioni che chiamiamo comunemente zingari. SardegnaNovas propone ai propri lettori l’articolo di Irene Rui con la consapevolezza di dare un contributo alla memoria storica della shoah.
Questo il testo dell'articolo pubblicato da "Liberazione":
Ogni anno la comunità internazionale il 27 gennaio “Giornata della memoria”, si unisce per ricordare l’olocausto ebraico, lo shoah e dimentica lo sterminio dei sinti, rom e kalè, quelli che sono chiamati zingari. Si dimenticano gli omosessuali, i disabili e i politici. Lo shoah e il porrajmos, sono l’olocausto di due popolazioni, la decimazione di intere popolazioni considerate da un lato impure e dall’altro associali, criminali e pericolose. Quest’anno la “giornata della memoria” è dedicata alle donne che hanno visto la loro vita andare in frantumi, private dei figli e della possibilità – per le sopravvissute, nel caso dei sinti, rom e kalè – di averne, private dei loro uomini. Porrajmos significa divoramento. Sono più di 500.000 le vittime sinti, rom e kalè. Intere famiglie decimate dal fascismo
e dal nazismo tra il 1940 e il 1945.
Già dal 1933, in Germania, grazie alle ricerche eugenetiche di Robert Ritter tutte le donne sinti, rom o kalè furono sottoposte a sterilizzazione. Dal 1934 al 1935 furono costruiti i primi campi di concentramento comunali, dove queste comunità erano costrette ad abbandonare i loro carri e andare a risiedere nelle baracche, le donne erano impiegate nei lavori del campo e gli uomini in quelli edili. Nel caso di famiglie miste, i maggioritari non potevano entrare nel campo e talvolta avvicinarsi al filo spinato, per salutare i propri cari. Il vero porrajmos inizia però con il 1940 e
nel 1942, Heinrich Himmler diede l’ordine di deportare tutti gli zingari tedeschi e dei territori occupati nel campo di Auschwitz-Birkenau.
Qui i prigionieri erano destinati alle camere a gas, anche se in alcuni casi erano immagazzinati nelle baracche dove nessuno si occupava di loro e morivano di stenti e fame. I bambini gemelli degli “zingari puri”, furono usati per esperimenti scientifici da parte del dottor morte Mengele. Alla fine prima che arrivassero gli alleati, gli abitanti del Zigeunerlager furono passati per le camere a gas.
L’11 settembre del 1940, in Italia, con le circolari del Capo di Polizia Bocchini, furono emanate le prime disposizioni per l’internamento dei rom e sinti italiani. I sinti e rom stranieri erano già stati rastrellati e deportati oltre confine, gli italiani, soprattutto, quelli considerati nullafacenti, erano inviati a confino in Sardegna nel campo di Perdasdefogu (OG), una zona impervia, dove non vi era la possibilità né di sfamarsi, né di racimolare qualche soldo per sopravvivere. Dopo le circolari del 1940, ne furono aperti altri in ogni regione e provincia, talvolta campi misti come quello di Chiesanuova nel Padovano di Villaio Vecchio. I più noti erano appunto, quello di Perdasdefogu in
Sardegna, quello di Gornars (UD), di Arbe (oggi isola croata di Rab) e Visco a 3 chilometri da Palmanova.
Ad Arbe come in Sardegna molte famiglie sinti e rom moriranno di stenti e freddo. L’isola di Arbe, era brulla ed esposta alla bora, qui i sinti e i rom erano ammassati in tendopoli precarie e senza la possibilità di coprirsi, con pasti radi. A Gornars più di 500 sinti e rom moriranno di fame. Nei campi di concentramento italiani, come in quelli di sterminio tedeschi, nessuno si occupava di queste popolazioni e erano lasciate in mezzo a topi, escrementi e in condizioni precarie.
Diamo dignità storica anche a questo sterminio e ricordiamoci anche del porrajmos. Il 27 gennaio deve essere ricordato come “la giornata della memoria” di tutte le popolazioni sterminate, affinché non accada più.
Irene Rui
Responsabile dipartimento politiche etniche e migratorie
Prc-Federazione della Sinistra, Vicenza
