Reportage / “Il solito italiano” alla scoperta dell’Australia: viaggio fra canguri e marchi di Sardegna
Con questo articolo, quasi una sorta di diario di viaggio, inizia un reportage che Giovanni Schirò realizzerà in Australia dove si trova per perfezionare l’inglese. Giovanni Schirò è nato e vive a Cagliari, ha 30 anni, si è laureato a Bologna in scienze delle comunicazioni. Ora è a Melbourne e da li ha scritto l’articolo per SardegnaNovas, il primo di una serie che fornirà uno spaccato della società e della vita di questo grande paese.
Melbourne, metropoli di quasi quattro milioni di abitanti, capitale dello Stato Victoria mi accoglie all'alba di un assolato martedì. Non appena arrivato, preso dalla frenesia del viaggiatore, mi dirigo subito verso il centro. Prendo il tram numero 55, scendo al mercato Queen Elizabeth, attraverso gran parte della lunga Elizabeth Street, ricca soprattutto di take-away e fast food, svolto a destra e mi ritrovo su Bourke Street, una delle più antiche vie del centro. Prima di partire i soliti amici mi avevano caldamente suggerito di recarmi nella zona a maggioranza italiana (Lygon Street Precint) e salutare per loro i vari Salvatore e Antonio partiti a trovare fortuna in the Land Down Under (o terra dei canguri, se preferite).
Ma, almeno questa volta, non volevo essere il solito italiano che, dopo aver fatto 23 ore in volo, si getta alla ricerca di altri compaesani non appena toccato suolo straniero. Non volevo. Almeno non qui. Sono dall'altra parte del mondo, mi sono detto, andiamo a scoprirlo.
Incantato dai maestosi edifici della fine Ottocento e dai postmoderni grattacieli tutti vetro e acciaio, sono preda di quella sensazione di meraviglia estatica che prende quando sei in un posto nuovo e sconosciuto. O forse era solo il jet lag. Comunque, abbasso lo sguardo sulle vetrine: articoli di informatica, piccoli o grandi mart (market, qui adorano acronimi e abbreviazioni), grandi catene di abbigliamento e cibo. Cibo ovunque. Mentre passeggio lungo Bourke St. i miei occhi si posano su un piccolo negozietto al numero 68. L'insegna dice American Tailors (sarti americani). Per un attimo mi fermo contraddetto. Mi chiedo se gli occhi non mi abbiano tradito. Come un vecchio cartone animato, li sfrego incredulo. Esposti in vetrina, degli abiti firmati. Il marchio è italiano. No, più che italiano. Sardo. Per essere precisi una catena di abbigliamento di alto livello che ha sede a Cagliari, la mia città. Da buon turista vengo preso dalla smania (o forse necessità?) di fotografare immediatamente i capi per poi, magari, mettere la foto su Facebook e taggare tutti i “casteddai” tra i miei contatti. Mi do un contengo. Soprattutto perché i proprietari sono vicini alla vetrina e mi vedono. Mi aggiusto un po', entro e sfoderando il mio miglior inglese, azzardo se posso fare una foto della vetrina, senza dilungarmi in spiegazioni.
L'uomo, un distinto signore sulla sessantina, si allarga in un sorriso e subito riconosce la mia origine. Si chiama Antonio o Tony, come lo chiamano qui. «Sebastiano» dice alzando un po' la voce «c'è un ragazzo italiano qui, di Cagliari». Sebastiano, il suo collega, mi accoglie a braccia aperte. Una bella stretta di mano e subito Tony si allontana andando a ordinare tre caffè. «Tranquillo, è espresso vero» mi dice facendo l'occhiolino. Riconosco un chiaro accento siciliano. Chiedo a Sebastiano di raccontarmi come è finito tanto lontano da casa. Era l'inizio degli anni '70, lui era giovane, la situazione in Italia non era delle migliori così ha deciso di fare questa pazzia. Dopo che ha trovato un lavoro stabile, si è portato tutta la famiglia qui. Tony torna accompagnato da una giovane ragazza con i nostri caffè. Qualche battuta in inglese, un sorriso un po' imbarazzato di lei e torniamo a parlare tra “compari”. «L'attività qui» mi racconta Tony «va bene. Non ci sono grandi flessioni negative. Solo piccole scosse di assestamento, diciamo. La crisi è arrivata, ma l'economia è solida e resiste senza troppi problemi». Entrambi quando parlano in italiano utilizzano alcuni intercalari tipicamente australiani come mate (amico) o you know (equivale al nostro “sai com'è”) e io, devo ammetterlo, mi sento un po' come in una puntata dei Soprano, a un certo punto. Non c'entra niente la mafia. È solo questa parlata un po' sicula e un po' aussie (australiana) che mi proietta in uno spazio a me del tutto estraneo. Estraneo e al contempo frenzied, eccitante.
Tony è qui da più di quarant'anni, mi dice. «Non ti manca casa?» provo a chiedergli. Lui risponde sereno: «Casa mia è qui, oramai. Gli australiani sono gente pacifica, c'è lavoro, rigano dritto e poi... è pieno di italiani!» ed esplode in una sonora risata. Non mi lasciano andare via senza strapparmi la promessa di ritornare per prenderci un altro buon caffè insieme.
Mi allontano con un sorriso e un pensiero: sono proprio il solito italiano.
Giovanni Schirò
