Reportage / All’Università australiana fra “italian ball” e caffé espresso gratis

“SardegnaNovas” 

Reportage / All’Università australiana fra “italian ball” e caffé espresso gratis

È un lento mercoledì mattina e sono ancora stordito dalla notte passata. No, l'alcol non c'entra niente. Banalmente ho “dormito” sul bordo del letto. Sapete tutti com'è, certe volte. Sì, certe volte  alle donne piace dormire in obliquo. Capita. Manco se ne accorgono. Tu invece sì. Allora ti svegli, visto che stai per cadere dal letto. Ti volti tra l'assonnato e l'innervosito e la vedi. La vedi che dorme così serena che pare una bimba. Ti senti un uomo da poco ad aver pensato di svegliarla. Ti percuoti il petto in un silenzioso mea culpa ad aver immaginato di spostarla di peso verso il centro del materasso. Ti volti dall'altra parte, ti fai ancor più piccolo, e attendi la luce del mattino. Per cambiare lato del letto.

Ancora non mi sono capacitato di essere sveglio quando Ellie mi  chiama per mostrarmi una mail sul suo account universitario. Pare un normale incontro-pausa caffè alla Union House (un grande edificio polifunzionale all'interno dell'immenso campus) non fosse per quella dicitura in basso. In cui si parla dell'organizzazione di un misterioso “italian ball”. In aggiunta leggo in calce: «free espresso italiano con macchina da caffè italiana». Ripetizioni a parte, almeno hanno coordinato bene sostantivo e attributo. Buon segno, penso. Sorrido, finalmente con un proposito per il fine mattinata: andarmi a fare un caffè gratis.

Il sole è incredibilmente caldo quest'oggi. Siamo oltre la metà dell'autunno eppure si va in giro con semplici magliette a maniche corte. Vado alla solita fermata numero 28 e attendo il mio tram. Scendo di fronte al grande Royal Melbourne Hospital, proseguo su Grattan St., volto a sinistra e entro alla “Melbs Uni”. L'appuntamennto è a mezzogiorno, ho ancora venti minuti. Decido di prendere qualcosa da mangiare. All'interno della Union House è un fiorire di punti di ristoro. O meglio, veri e propri piccoli ristoranti. Semplice fantascienza, in Italia. C'è l'indiano, il giapponese, il vietnamita qualche cucina non bene identificata e, ovviamente, l'italiano. Quest'ultimo, dopo aver visto la vetrinetta, manco lo prendo in considerazione. Opto per un leggero Peking Duck Futomaki. Rotolino di riso ripieno di anatra e avocado avvolto in un'alga nera. Del sushi, insomma. La riunione è alla Joe Napolitano Room (lo so, pare un nome inventato), al secondo piano dell'edificio. Mentre salgo vedo una grande sala in cui i ragazzi si rilassano giocando a biliardo, guardando una partita di baseball nel grande schermo piatto oppure prendendo qualcosa all'accogliente bar con tavolini all'esterno. Semplice fantascienza, in Italia.

Sempre più sorpreso da questa realtà così efficiente raggiungo il punto d'arrivo. Ad accogliermi un ragazzone dagli occhi chiari e la faccia “facciosa”. Si chiama Nick ed è il responsabile del Melbourne University Italian Social Club (MUISC, suona malissimo ma questi vivon di acronimi). Tutto sudato sta cercando di far funzionare una macchina per il caffé. La spia rossa avverte che il cestello dell'acqua è posizionato male. Noto che è effettivamente italiana. Fremo. Vorrei aiutarlo ma lui, che continua a sudare copiosamente, avvolge tutta la macchina e parte del tavolo rendendo impossibile ogni tipo di intervento da parte di umani. Alza la testa verso di me, è paonazzo, ma sorride. Guarda l'aggeggio, che tanto piacere è capace di darci, ma tanta miseria gli sta procurando e prorompe con un sano “vaffanculo”. Ridiamo entrambi sonoramente. Mi avvicino timidamente alla Saeco e riposiziono il cassetto dell'acqua. Durante la chirurgica procedura, il ragazzone borbotta che non è quello il problema. Naturalmente la spia rossa si spegne e io conquisto in un attimo la fiducia del buon Nick. Gli chiedo che cosa organizza il MUISC, quali attività sono in programma. Nick, orgoglioso mi mostra un'affissione (vedi foto). Proprio a metà dell'ad si legge Italian Ball. La misteriosa dicitura scopro che altro non è che un ballo universitario. All'italiana. Ciò significa, mi spiega Nick in inglese, che la maggior parte degli invitati sono italiani di seconda generazione. Ma soprattutto che la musica sarà italiana. Ah, ecco. «Tipo...?» Sussurro perché in realtà so già cosa mi sta per dire: «Raffaella Carrà, Nek, Laura Pausini, Eros Ramazzotti...».

In quel momento entra una ragazza bionda che comincia a cantare “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri. Canta bene, non mi sento di interromperla. Finito il pezzo mi tende la mano e si presenta come Gabriella. Insieme a lei è entrato un ragazzotto che pare uscito da una foto dei miei nonni di cinquant'anni fa. Faccia da tipico italiano del sud. I suoi nonni sono siciliani e calabresi. Mi racconta che qualche anno fa era in Sicilia in visita ai parenti e per tutta la vacanza la gente lo fermava chiedendo informazioni sulle vie. L'Italia ce l'ha proprio scritta in faccia. Il suo nome è David e il suo italiano un po' arrugginito, ma del tutto comprensibile. Dopo qualche minuto arriva un'altra ragazza di nome Olivia, occhi chiari su capelli castani. Una bella ragazza australiana, penso. Appena Nick dichiara la mia provenienza lei mi chiede subito: «Di dove, per la precisione?». Riconosco la C aspirata. Le chiedo spiegazioni e confessa: «Mia madre è toscana e io ho studiato italiano per diversi anni».

Nick, con un asciugamano sul collo, aggiunge che tra le tante attività hanno organizzato un torneo di bocce e, l'anno scorso, una pièce teatrale dal titolo Non tutti i ladri vengono per nuocere, tutta in italiano e scritta dai ragazzi. Ridono tutti insieme e David, per altro campione di football australiano, ammette di essersi divertito parecchio a fare la moglie del ladro. A quanto pare, la creatività italiana resiste. Qui.

Giovanni Schirò