Salute / Proteste a Cagliari per il trasferimento del servizio psichiatrico
Lunedì 10 Gennaio 2011 09:50
Il Servizio Psichiatrico di diagnosi e cura 1 di Cagliari è stato trasferito, provvisoriamente, in un’area ospedaliera ristrutturata e attrezzata per ospitare una struttura carceraria sanitaria. E’ quanto denuncia in una nota l’Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica che chiede di riaprire immediatamente gli otto posti letto dei due centri di salute mentale sperimentali di Cagliari e Quartu.
Non è la prima volta che la psichiatria sarda è nel mirino delle associazioni dei familiari sofferenti mentali. Il Servizio Psichiatrico di diagnosi e cura 1 di Cagliari per l’Asarp “è quello che è andato a fuoco di recente”. Proprio quindici giorni fa, da Cagliari, era partita la campagna nazionale per l’abolizione della contenzione fisica e farmacologica, che chiedeva un cambiamento di rotta al mondo della psichiatria attraverso il rispetto dei diritto alla salute e della dignità umana per i sofferenti mentali. Ma dal fronte delle associazioni dei familiari nulla e cambiato e le cose sono peggiorate, perché come conclude la nota della presidente dell’Asarp Gisella Trincas, “una persona che si rivolge al servizio di salute mentale per essere aiutata a superare la crisi, si troverà ospitata in una cella”.
Lo scontro nella psichiatria sarda prende piede anche in consiglio regionale. I consiglieri regionali del Pd Marco Espa e Giampaolo Diana presentano un'interrogazione al Presidente della Regione Ugo Cappellacci e all’assessore alla sanità Antonello Liori in cui chiedono “quali motivazioni hanno indotto ad oggi il ritenere una struttura carceraria quale postazione di accomodamento di pazienti affetti da disturbi mentali”. E infine “per quanto tempo ancora si ritiene dover mantenere i pazienti in tale struttura e quali azioni urgenti intendano intraprendere per riattivare le strutture idonee, come di un qualunque servizio sanitario regionale o nazionale dev’essere, perché i pazienti di salute mentale possano trovare accoglienza nei reparti sanitari loro appropriati”.
Roberto Loddo
