Ambiente / “Agricoltura permanente” come rimedio all’inquinamento che viene dalla campagna
Giovedì 09 Dicembre 2010 17:48
Quando si mette in discussione l’agricoltura tradizionale, si parla di esubero dei costi rispetto a ricavi inconsistenti per le piccole aziende. Ma la vera sfida del settore primario con la globalizzazione va oltre i semplici ragionamenti economici per toccare le massime questioni ambientali. Che l’agricoltura diventi “dannosa” per l’ambiente appare un paradosso, ma si tratta di una problematica reale. Le principali argomentazioni sono quelle che imputano all’agricoltura tradizionale un eccessivo consumo di energia proveniente dal petrolio. Ogni chilo di pane, infatti, gronda di oro nero, usato per lavorare meccanicamente la terra, concimarla e mietere il grano.
Se le macchine aiutano l’uomo a far produrre il suolo, dall’altro esse hanno innescato un pericoloso meccanismo. Numerosi esperti italiani e stranieri propongono una soluzione: la permacultura, ovvero un ritorno all’ordine naturale delle cose. Non più campi arati e squadrati dal lavoro dell’uomo, ma una paesaggio più simile ad una foresta, in cui convivono grandi alberi, arbusti e sottobosco. I concimi naturali sono, chiaramente, d’obbligo e l’accostamento delle specie floristiche è studiato per ottimizzare la produzione dei frutti. La permacultura è, per definizione, la progettazione, la conservazione consapevole ed etica di ecosistemi produttivi che hanno la diversità, la stabilità e la flessibilità degli ecosistemi naturali.
Applicando i principi e le strategie ecologiche si può ripristinare l'equilibrio di quei sistemi che sono alla base della vita. Essa è essenzialmente pratica e si può applicare a un balcone, a un piccolo orto, a un grande appezzamento o a zone naturali, così come ad abitazioni isolate, villaggi rurali e insediamenti urbani. Allo stesso modo si applica a strategie economiche e alle strutture sociali, infatti si dice che si dovrebbe progettare un’agricoltura permanente per una cultura permanente. Una cultura umana non può sopravvivere a lungo senza la base di una agricoltura sostenibile e una gestione etica della terra. In generale, si tratta di un’interazione consapevole ed efficiente fra uomo e ambiente. Ce lo spiega anche l’etimologia: la permacultura era inizialmente detta permacoltura, dall'inglese permanent agriculture, cioè agricoltura permanente, diventata poi permacultura, da permanent culture, cioè cultura permanente, è nata come modello di agricoltura sostenibile sviluppato intorno al 1978 da Bill Mollison e David Holmgren in Australia.
È particolarmente significativa la storia di Bill Mollison, nato nel 1928 a Stanley, un piccolo villaggio di pescatori in Tasmania. Come tutti gli altri abitanti del suo paese, ha imparato a fare ogni sorta di lavoro necessario per la sopravvivenza. All'età di circa 28 anni passava tutto il suo tempo in montagna o nel mare. Pescava e cacciava per vivere. Fu soltanto negli anni '50 che iniziò a osservare che alcune parti del mondo in cui viveva stavano sparendo. I pesci e le alghe vicino alla costa a scarseggiare e grandi aree del bosco iniziarono a morire. Dopo molti anni di lavoro come scienziato del Csiro (Sezione di osservazione della vita silvestre e nel dipartimento della pesca) iniziò a protestare contro i sistemi industriali e politici che, secondo la sua visione, stavano distruggendo il mondo circostante. Iniziò a fare opposizione, ma ben presto si rese conto che occorrevano argomentazioni più forti.
Nel 1968 iniziò a insegnare all'Università della Tasmania e insieme a David Holmgren nel 1974 mise a punto un sistema di agricoltura sostenibile, basata sulla coltivazione consociata di alberi perenni, arbusti, erbacee (legumi e "malerbe"), funghi e tuberi. Per questo metodo coniò la parola "permacultura". Passarono molto tempo a concettualizzare i principi della permacultura e a costruire un orto ricco di specie diverse. Questa ricerca culminò nella pubblicazione del libro Permacultura 1 nel 1978, al quale seguì nel 1979 Permacultura 2.
La reazione del pubblico alla permacultura fu varia. Inizialmente, la comunità dei professionisti del settore si sentì oltraggiata, perché si erano combinate insieme agricoltura, silvicoltura e allevamento degli animali e tutti coloro che si consideravano specialisti del loro campo non apprezzarono questo nuovo studio. Diametralmente opposta fu la reazione degli operatori del settore agricolo: erano insoddisfatti del modo in cui veniva praticata l'agricoltura e stavano cercando sistemi ecologici naturali, volti in primis all'autoapprovvigionamento della famiglia e della comunità, tutt'al più uno sbocco commerciale per quello che poteva eccedere le necessità di questo sistema, con una importante razionalizzazione delle energie spese. Inevitabilmente, la permacultura è arrivata a significare di più che autosufficienza per l'alimentazione della famiglia. L'autosufficienza non è possibile se la gente non ha accesso alla terra, all'informazione e alle risorse economiche. In questo modo, negli anni più recenti la permacultura ha iniziato a occuparsi delle strategie legali e finanziarie appropriate, includendo strategie per l'accesso alla terra, strutture contrattuali e di autofinanziamento a livello regionale. E' così diventata un sistema umano globale. Nel dicembre del 1981 il libro Permaculture I ha ricevuto a Stoccolma il Premio Nobel alternativo della Right Livelihood Foundation.
Debora Porrà
